IL (mio) PICCOLO PRINCIPE

I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?” Ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Allora soltanto credono di conoscerlo.

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EL CAMINO, Miguel Delibes

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(Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, 1913)

La novela “El camino”, escrita por Miguel Delibes, trata de Daniel, un chico de once años que se ve obligado por su padre a ir a la ciudad “a progresar”, es decir seguir sus estudios, aunque sea profundamente enamorado de su valle y su pueblo. Así Daniel, la noche antes de abandonar su hogar, empieza por medio de un largo flashback a recordar de manera desordenada todos los momentos vividos en su querido valle, desde cuando era muy pequeño.

Salen entonces las figuras de Roque el Moñigo y Germán el Tiñoso, sus amigos de infancia, junto con todos los habitantes del pueblo, partiendo desde su padre Salvador, el quesero, hasta don José, el cura.

Lo temas tratados son muchos, es decir la naturaleza, la muerte, el amor y la amistad, y todos mediante una visión infantil aunque nunca banal o simplista sino sencillia, pura e incondicionada.

En los recuerdos del niño toman un papel importante la naturaleza y la muerte, que se entrecruzan creando el fil rouge no únicamente de la vida de Daniel, sino también de la existencia misma de todo el puebloLa historia del valle, como la historia personal de Daniel, ha sido turbada por muchas muertes y un suicidio que hacen reflexionar al muchacho sobre el sentido de la vida y de la muerte, descrita como lacónica, misteriosa y terrible (p.248), a través de una frase que se repite a menudo en la narración: “Ahora, Daniel, el Mochuelo, ya sabía lo que era tener el vientre seco y lo que era un aborto”.

La narración no siempre sigue el orden cronológico de los hechos y resulta caraterizarse por la ring composition o circularidad estructural visto que empieza y termina casi en el mismo momento temporal: empieza al anochecer y termina al amanecere del mismo día.

Solamente en los capítulos primero y último, donde Daniel explica su próxima despedida del valle, su camino hasta la ciudad, siguen un orden cronológico, mientras que los otros, donde se habla del camino por el valle, siguen los vuelos de la fantasía de un niño de once años, provocados por ruidos, olores, colores y emociones… . Continua a leggere

DIstrazione

“Solo allora avevo compreso che si trattava di una storia di gente sola, di essenza e di perdita, che proprio per questo vi avevo cercato rifugio, fino a confonderla con la mia vita. Che mi sentivo come chi fugge nelle pagine di un romanzo perché gli oggetti del suo amore sono soltanto ombre che vivono nell’anima di uno sconosciuto”.

 “L’ombra del vento”

                                                                                                                                                                                                                     Carlos Ruiz Zafron

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Friedrich,
Monaco in riva al mare, 1809.
 
 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/libri/frase-85728?f=w:218>

“Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi”

Non è il caso che scaraventa a Parigi persone come noi. Parigi è soltanto un palcoscenico artificiale, un palcoscenico roteante che permette allo spettatore di cogliere ogni fase del conflitto. Da sola Parigi non avvia alcun dramma. Cominciano altrove.
Parigi è solamente il forcipe ostetrico che strappa dall’utero l’embrione vivo e lo mette nell’incubatrice. Parigi è la culla delle nascite artificiali. Ninnato nella culla ciascuno riscivola indietro al proprio humus: uno si risogna a Berlino, a New York, a Chicago, a Vienna, a Minsk. Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi. Ogni cosa si innalza sino all’apoteosi. La culla perde i suoi piccoli e altri prendono il loro posto. Qui si legge sui muri dove hanno abitato Balzac e Zola e Dante e Strindberg e tutti quelli che son stati qualcuno. Tutti, prima o poi, hanno abitato qui.
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Ma morire, qui non muore mai nessuno, qui…
                                                                                  Henry Miller, Tropico del Cancro

“Un giorno Dio disegnò la bocca di Jun Rail. É lì che gli venne quell’idea stramba del peccato.”

Allora, solo allora, Jun Rail sollevò il capo dallo scrittoio e girò lo sguardo verso la porta chiusa. Jun Rail. 

Il volto di Jun Rail. 

Quando le donne di Quinnipak si guardavano allo specchio pensavano al volto di Jun Rail. 

Quando gli uomini di Quinnipak guardavano le loro donne pensavano al volto di Jun Rail. 

I capelli, gli zigomi, la pelle bianchissima, la piega degli occhi di Jun Rail. 

Ma più di ogni altra cosa – sia che ridesse o urlasse o tacesse o semplicemente stesse li, come ad aspettare – la bocca di Jun Rail. 

La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace. Ti trapanava la fantasia, semplicemente.

Ti impiastricciava i pensieri.

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Così la raccontava Ticktel, che sapeva di teologia, perché aveva fatto il cuoco in un seminario, così almeno diceva lui, era una prigione dicevano gli altri, stupidi è la stessa cosa diceva lui. 

Nessuno potrebbe mai riuscire a disegnarlo, dicevano tutti. 

IL volto di Jun Rail, ovviamente. Stava nella fantasia di chiunque. 

Ed ora stava anche li – soprattutto lì – girato verso la porta chiusa, perché da un attimo si era sollevato dallo scrittoio per guardare la porta chiusa e dire – Sono qui.

Castelli di rabbia,

Alessandro Baricco

DIstrazione

Occhi.
Occhi di ghiaccio.
Occhi nei quali mi sarei persa,
se solo li avessi guardati un attimo di più.
Occhi, riflesso di un mondo.
Riflesso di terrore, di domande.
Occhi un tempo saggi.

Occhi ormai stanchi, stanchi di guardare e non capire,
stanchi di urlare e non essere ascoltati.

Ragazza afgana.

Steve Mccurry, 1984

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